Profilo storico - Industria Ceramica Vicentina
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PROFILO STORICO

Introduzione

Ricordare il passato non può essere solo cronaca: è dovere morale perché rimanga traccia di un operoso mondo di ieri, di cui ha fatto parte con severa laboriosità pure la nostra famiglia (AC 2015).

Introduzione
Questo profilo storico, suddiviso per capitoli, è stato redatto nell’anno 2015 utilizzando le poche fonti documentarie rimaste e, soprattutto, i ricordi personali di alcuni soci e collaboratori dell’azienda, appositamente intervistati e che qui nuovamente ringraziamo: in particolare i fratelli Pietro e Giovanni Carta, amministratori e memorie storiche dal 1950 al 2009. Ci scusiamo fin d’ora per eventuali errori e omissioni involontarie. Nel novembre 2016 è stato pubblicato anche il libro. Per le relative richieste e per eventuali segnalazioni, si prega di utilizzare il form nella sezione contatti (link) di questo sito.  © Tutti i diritti riservati

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icv_book_cover_11_2016L’Industria Ceramica Vicentina e la storia della ceramica nel Vicentino tra XIX e XX secolo
Nel panorama della storia della ceramica vicentina mancava un tassello importante: la storia di una delle maggiori aziende, l’Industria Ceramica Vicentina.
Ripercorrendo a brevi linee, dunque, il periodo che precede e segue lo sviluppo della prestigiosa ditta vicentina, risaliamo alla fine del secolo XIX, alle premesse storiche.
Nei resoconti della Camera di Commercio di Vicenza, l’ultima relazione statistica del secolo è del 1885 e riferisce della presenza di 19 manifatture ceramiche in Vicenza e provincia: due a Vicenza, nove a Bassano del Grappa, sette a Nove, una a Monticello Conte Otto.
L’età giolittiana, che definisce il periodo compreso tra il 1900 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, è considerata storicamente quale uno dei periodi più fecondi e stimolanti a livello economico, per l’infittirsi degli scambi, dei rapporti con l’estero e per l’impulso impresso alla industrializzazione del Paese. Le molteplici Esposizioni Internazionali favorirono la circolazione di nuovi stili e la diffusione dello stile Liberty.
I ceramisti del Vicentino presero parte, e talora con successo, alle Esposizioni Internazionali: quella di Parigi del 1900, seguita nello stesso anno da quella di Verona, di Torino nel 1902, di Udine nel 1903, quelle di Londra e di Liegi del 1904, di Milano del 1906, di Vicenza del 1908, quella di Lonigo del 1909 e le grandi Esposizioni a Torino-Milano-Firenze-Roma del 1911.
Nel Vicentino la produzione ceramica riprese forme e decori dall’antico, in particolare dallo stile barocco e rococò, tenendo talora presente la lezione del Liberty che ormai aveva investito, più radicalmente, altri paesi europei.
Delle manifatture ottocentesche una decina riuscì a proseguire l’attività nel nuovo secolo: le già rinomate e grandi fabbriche degli Antonibon, dei Viero, dei Vicentini del Giglio-Sebellin, ormai sul finire della loro storia, e le più recenti manifatture come quella dei Bonato, Marcon, Passarin di Bassano del Grappa, la Società Cooperativa Ceramica Agostinelli e Dal Prà, Primon-Zen di Nove, quella dei cugini Pesaro, Luzzato di Vicenza.
E’ in questo panorama segnato da condizioni economiche stimolanti, precedenti la crisi del ’29, che ha inizio la storia dell’Industria Ceramica Vicentina. Nel 1924 prese avvio la sua produzione che, come mostrano le immagini di repertorio della sezione “La prima produzione”, riguardò e promosse espressamente il settore produttivo delle piastrelle. E’ noto che all’epoca, in territorio sassolese tale produzione procedeva con successo e dalla fine del secolo XIX. Coraggiosamente, dunque, l’Industria Ceramica Vicentina divenne produttrice concorrenziale e propose un campionario ben assortito di piastrelle.
Attorno al 1927 iniziò a manifestarsi un certo ristagno della produzione che aveva mantenuto per lungo tempo il primato di Nove, centro di antica tradizione ceramica. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, che avevano rappresentato l’aspetto commerciale di maggior incidenza, negli anni successivi alla Grande Depressione furono assorbite per lo più dagli Stati del Sud America, che mantennero in vita le manifatture vicentine. Gli anni critici furono quelli successivi al fatidico 1929 e fino al 1934, anno che vide la riduzione del personale nelle aziende e la loro fusione con altri soci.
Nel periodo a ridosso della Grande Depressione del 1929 un altro episodio positivo e concorrenziale fu l’arrivo a Vicenza, nel 1928, di Tarcisio Tosin il quale, dopo alcuni anni di esperienza condotti a Verona, presso la manifattura paterna in cui lavorò anche il novese Zarpellon, e a Isolabella sul Lago Maggiore per i Principi Borromeo, collaborò presso la ditta dei novesi fratelli Brotto, a Vicenza. In data 18 gennaio 1932 Tarcisio Tosin acquistò l’intera azienda “Comacchio & Figli”, compresa la stamperia e l’attrezzatura della cessata attività dei fratelli Brotto e la denominò “Ceramiche d’arte La Freccia, di Tosin Tarcisio”.
Negli anni Cinquanta-Sessanta a Vicenza furono attive più di una ventina di manifatture ceramiche tra le quali numerose sono quelle condotte da artigiani formatisi presso la ditta di Tarcisio Tosin: si allude a Marcello Comacchio con l’omonima manifattura, a Giuseppe Frangi con L’Eretenia, a Mario Tosin con L’Olimpica, a Danilo Libralesso con La Quercia, al Ceramico Veneto di Cingano e Gastaldon, e ancora a Gigi De Poli, Tino Saggin, Giuseppe De Mori, Sergio Tomasi e molti altri.
Nel dopoguerra inoltre trovarono ospitalità presso La Freccia artisti come Otello de Maria, Guido Andrioli, Peretti, Carla Boschetti e Franco Meneguzzo.
L’Industria Ceramica Vicentina dall’inizio della ripresa economica nel dopoguerra, continuò la produzione di piastrelle con posa e vendita, e intraprese quella di piatti per la tavola in terraglia tenera, predisponendone l’impasto.
In seguito al grande successo produttivo  del settore delle stoviglierie, l’azienda richiese la collaborazione a qualificati e magistrali artisti vicentini che, con i loro decori, conferirono notevole originalità all’oggettistica dell’arredo-tavola. Come dimostra l’interessante repertorio di immagini dal titolo “Decori famosi”, Otello De Maria, Ina barbieri, Mina Anselmi e Arturo Malossi, introdussero decori semplici, veloci nella stesura pittorica, quali cavalli al trotto, pesci dai colori brillanti, ma anche decori molto impegnativi, come le ville e le scene di genere, arcadiche, realizzate dal fine pennello di Otello De Maria.
Nasce un repertorio decorativo di grande qualità, testimone della storia artistica di Vicenza tra gli anni Cinquanta e Settanta del ‘900.
Alcuni decori sono modernissimi per la loro semplificata essenzialità: le figurette di bambini dipinte con i tratti tipici del disegno infantile, in un periodo in cui la pedagogia con le sorelle Agazzi e Maria Montessori era al centro degli studi a livello internazionale.
Altri decori venivano ripresi dalla tradizione, come i personaggi che ricordano i soggetti dei piatti popolari ottocenteschi, o il decoro con la rosa, fiore emblematico per la ceramica tradizionale di area novese tra ‘700 e ‘800 .
Di notevole interesse risultano i decori con le ricette della tradizione culinaria vicentina. Tra gli altri compaiono decori astratti, animati da colori brillanti: arancio e giallo a contrasto con il nero, ad esempio. Sono espressione di un evidente aggiornamento a cui concede notevole spazio l’Industria Ceramica Vicentina all’interno della sua produzione. Bellissimi servizi Toi et moi dai colori sgargianti, seguono e incontrano il gusto del periodo. Tazzine con piattino con trembleuse, riprendono dalla tradizione l’uso dell’incavo creato nel piattino per ospitare la tazzina.
I Depliant con i decori degli anni Settanta mostrano una ben assortita campionatura di stoviglieria ben catalogata e fotografata in tutte le più svariate tipologie, offrendo un’idea davvero interessante della fiorente attività e della attenta e fantasiosa produzione dell’Industria Ceramica Vicentina.
Si può dunque concludere che l’azienda sia stata un fiore all’occhiello della produzione ceramica del Vicentino, al passo con i tempi e con il gusto di allora.

A cura di Katia Brugnolo, docente presso l’Accademia di Belle Arti in Verona, ex Conservatore del Museo di Palazzo Ricchieri in Pordenone, Consulente Scientifico del Museo Civico di Palazzo Chiericati di Vicenza, Conservatore del Museo Civico della Ceramica di Nove.

Le origini

Al termine della Prima Guerra mondiale il territorio vicentino soffriva dei problemi comuni a tutta la nazione: scarsità di generi di prima necessità, inflazione, aumento del costo della vita, eccetera; ma se ne aggiungevano anche di più specifici, cioè quelli derivanti dall’essere stato “territorio di guerra”, direttamente coinvolto nelle operazioni belliche. Molti profughi, sfollati e militari, una volta tornati a casa si trovarono a dover fronteggiare la scarsità di lavoro, dovuta soprattutto alla lentezza con cui procedevano la ripresa dell’apparato industriale e la ricostruzione: mancavano risorse finanziarie e la campagna era sovrappopolata, quindi c’era un’offerta di lavoro di molto superiore alla richiesta.
Nel 1920, peggiorando la situazione economica, vi furono agitazioni e scioperi (sia nelle zone industriali di Schio e Valdagno, che in città e in altri centri minori) che spesso culminarono nell’occupazione dei municipi.
Nello stesso anno nacque anche il sindacato fascista. Le azioni squadriste – che erano ricominciate con intensità e violenza nell’estate del 1922 – continuarono anche dopo la marcia su Roma e l’ascesa di Mussolini al governo, avendo come obiettivo le amministrazioni comunali, che nel Vicentino erano prevalentemente rette dai popolari: oltre all’occupazione del municipio di Vicenza, una settimana prima della marcia su Roma, tra il 1923 e il maggio 1924 furono sciolte in provincia una settantina di amministrazioni. Due anni più tardi, la soppressione di tutti i partiti politici di opposizione, delle associazioni non fasciste – a parte quelle affiliate all’Azione Cattolica – e la sostituzione dei sindaci con i podestà di nomina governativa modificarono grandemente l’assetto politico e sociale del paese.

E’ in questo difficile contesto generale che presero forma i contatti che porteranno alla nascita dell’Industria Ceramica Vicentina: gli eredi dei fondatori ricordano che Isnardo Carta (cl. 1878), che già aveva un’attività di produzione di mattonelle e manufatti in cemento ad uso edile e stradale (in Stradella del Cimitero), venuto a conoscenza che Sante Andrea Boschieri (cl. 1890) – proprietario di alcuni terreni e immobili in località Quattro Albere (che diventerà poi Viale della Pace) – aveva intenzione di aprire un’attività simile, gli propose in alternativa di iniziare assieme una nuova produzione di piastrelle da rivestimento in ceramica: un articolo che a quel tempo era prodotto solo da poche ditte, tutte fuori regione. Si unì alla nascente società anche Girolamo Vaccari in qualità di socio finanziatore e appassionato di ceramica. Nacque così la Società di Fatto denominata Industria Ceramica Vicentina, con sede e stabilimento in località Quattro Albere, fuori Porta Padova (che poi diventerà Viale della Pace), a Vicenza.

I soci fondatori: (da sinistra) Sante Boschieri, Girolamo Vaccari, Pietro Vaccari, Isnardo Carta, Oreste Carta.

I soci fondatori: (da sinistra) Sante Boschieri, Girolamo Vaccari, Pietro Vaccari, Isnardo Carta, Oreste Carta.

Documenti ufficiali testimoniano che l’attività dell’Industria Ceramica Vicentina prese avvio nell’estate del 1924 per essere poi ufficializzata con l’inizio dell’anno seguente: nel Rinnovo dell’accordo del 1° gennaio 1934 (link al documento originale) si legge infatti: «Si premette che il 1 gennaio 1925 i Sigg. Vaccari Cav. Girolamo fu Andrea, Carta Isnardo fu Antonio e Boschieri Sante fu Giovanni, tutti residenti in Vicenza ebbero a costituire insieme una società di fatto per la produzione e vendita di piastrelle di ceramica ed affini, sotto la ragione sociale Industria Ceramica Vicentina con sede in Vicenza, Viale della Pace, iscritta al Consiglio dell’Economia Corporativa di Vicenza, con un capitale sociale di Lire 300.000,00 diviso in tre uguali quote di Lire 100.000,00 l’una, di spettanza di ciascuno dei soci; …» (un capitale importante per l’epoca, che corrisponderebbe a circa 250.000,00 Euro attuali – n.d.r.). Dall’archivio storico emerge anche lo Istromento di compravendita del Notaio Emilio Rossi, datato 31 gennaio 1925 (link al documento originale), con il quale Sante Andrea Boschieri cede i due terzi dei terreni e degli immobili fino ad allora di sua proprietà ai due soci della neonata ditta, Isnardo Carta e Girolamo Vaccari.
Infine, nel Libro di cassa del 1926 sono iscritti movimenti contabili fin dall’agosto del 1924, per cui abbiamo ancora una conferma sulla data effettiva di inizio dell’attività (link al documento originale).

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La prima lavorazione

L’attività dell’Industria Ceramica Vicentina iniziò con la produzione di piastrelle da rivestimento, usando un impasto ceramico di terraglia forte, bianco.
E’ interessante ricordare come avveniva allora questa lavorazione soprattutto perchè, a distanza di ormai un secolo e con i grandi progressi tecnologici dei decenni successivi a quegli anni, risulta oggi quasi incredibile immaginare una lavorazione “manuale” delle piastrelle di ceramica.
L’impasto ceramico di base era una miscela di argille e caolini di provenienza estera, a cui veniva aggiunta la Cristobalite.
Le argille arrivavano in grosse zolle – così come venivano estratte dalle cave, caricate su vagoni ferroviari che giungevano in fabbrica su carrelli trainati da trattori – scaricate a mano nei depositi, con il badile, e infine rotte in pezzi più piccoli utilizzando dei piccoli martelli.
La Cristobalite (minerale siliceo polimorfo del quarzo) si otteneva da ciottoli provenienti dal fiume Ticino; questi erano di misura abbastanza grande (30-40 cm di diametro) e venivano cotti in un forno speciale (inserire immagine fornace) stivati uno sopra l’altro, con dello spazio appositamente lasciato tra l’uno e l’altro per far passare il calore. Dopo l’accatastamento la porta del forno veniva murata e il forno, alimentato a carbone, veniva acceso e lasciato in funzione fino al raggiungimento della temperatura necessaria. Alla fine del ciclo la porta veniva abbattuta e, con lunghi ferri, i sassi incandescenti venivano estratti e fatti cadere in una vasca piena d’acqua, posta alla base del forno. Per effetto dello sbalzo termico improvviso essi diventavano fragili come il pan biscotto per cui, una volta raffreddati, si

I vecchi "telarini" dove venivano messi ad asciugare i dischi di impasto ceramico.

I vecchi “telarini” dove venivano messi ad asciugare i dischi di impasto ceramico.

potevano rompere in piccoli pezzi, scartando le parti impure, sempre a mano con i martelli. Infine il tutto veniva macinato in appositi “mulini a martelli” e aggiunto, nelle giuste proporzioni, alle argille e ai caolini che venivano amalgamati e macinati in “mulini a umido”.

Dopo la macinazione, l’impasto liquido veniva pompato nelle filtropresse per uscire sotto forma di dischi, solidi ma ancora umidi; questi venivano tagliati a pezzi, appoggiati uno a fianco dell’altro e messi ad asciugare all’esterno, sotto apposite tettoie: i telarini.
Una volta seccati, i dischi venivano macinati finemente e la polvere ottenuta era fatta passare per un umidificatore, per darle la giusta umidità idonea alla pressatura. La pressatura delle piastrelle veniva fatta con due presse a bilanciere azionate da motore elettrico, mentre per i pezzi speciali si usavano altre due presse azionate a mano, per un totale di circa 80.000 piastrelle in due settimane. Dopo la pressatura le piastrelle venivano incasellate su appositi telai per l’asciugatura, quindi sistemate in caselle refrattarie e isolate con apposita polvere per evitare che si attaccassero tra loro. Le caselle venivano chiuse con un coperchio sigillato con stucco di impasto refrattario, per evitare l’ingresso del fumo prodotto nel forno – alimentato a carbone – durante la cottura.

1935: Antica pressa a bilancere, azionata a mano.

1935: Antica pressa a bilancere, azionata a mano.

Il forno utilizzato per la prima cottura era una costruzione circolare di circa otto metri di diametro e oltre quattro di altezza, esternamente fatta di mattoni normali e internamente di mattoni refrattari (anche questi prodotti in azienda), con sette bocche da fuoco. Veniva “caricato” stivando le cassette con le piastrelle lungo le pareti interne, a più piani, utilizzando delle scale. A caricamento ultimato le porte venivano murate e stuccate (sempre con impasto refrattario) e si accendeva il fuoco. La cottura durava una settimana, fino al raggiungimento dei 1250 gradi centigradi, a cui seguiva uno stazionamento per uniformare la temperatura su tutto il carico e un’altra settimana per il raffreddamento. Per ogni ciclo di cottura erano necessari oltre cento quintali di carbone!.
A questa prima cottura delle piastrelle, che diventavano quindi “biscotto”, seguiva la verniciatura manuale e la seconda cottura, a 1060°C, in un altro forno con caselle aperte dove le piastrelle venivano appoggiate su supporti triangolari di ceramica (prodotti con un torchio a funzionamento manuale) e sostenute nella loro par

1935: Antica vasca per la verniciatura manuale delle piastrelle.

1935: vasca per la verniciatura manuale delle piastrelle.

te superiore da un “pettine” (pure questo di ceramica, prodotto manualmente, a calco, su stampi in gesso) che le teneva distanti una dall’altra per evitare che si attaccassero tra loro. Infine le piastrelle venivano selezionate, in base alla qualità e a eventuali difetti, per essere poi  immagazzinate in attesa della spedizione.


Oltre alle piastrelle si producevano anche tutti i pezzi accessori quali angoli, copri angoli, svolte, listelli, pezzi smussati, cornici, zoccoli, eccetera (link al “Catalogo piastrelle anni 30”).  Ed è importante ricordare che anche la vernice utilizzata per la copertura delle piastrelle veniva prodotta internamente. I vari componenti, secchi (feldspato, borace, marmo di Carrara, quarzo) venivano miscelati e cotti in un forno fusorio, ottenendo così un composto granuloso detto “fritta”. Questa veniva successivamente macinata “ad umido” con altri componenti (caolino inglese, carbonato di piombo, cristobalite, carbonato di calcio, ecc.) per ottenere una miscela liquida che, setacciata e portata alla corretta densità (38/40 gradi Baumè), veniva applicata alle piastrelle, una per una manualmente, utilizzando la vasca verniciatrice.

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Il Ventennio e l’avventura africana

Il risultato economico dei primissimi anni di gestione aziendale non fu positivo, sia per comprensibili motivi legati ai notevoli investimenti necessari per l’acquisto dei macchinari e l’avvio della produzione sia per una troppo approssimativa tenuta delle scritture contabili, che non consentiva di capire appieno l’effettivo andamento economico.
Era l’inizio del 1929 e si stava profilando all’orizzonte lo spettro della nota crisi internazionale: numerosi furono i fallimenti di aziende grandi e piccole, commercianti, addirittura banche; le paghe erano state ridotte, i consumi e i commerci erano quasi bloccati. Lo Stato intervenne per salvare le grandi industrie e le banche ma l’atmosfera era buia e c’era ben poca fiducia.
Ovviamente anche in azienda le preoccupazioni erano così forti che si paventò pure la chiusura dell’attività, anche se ciò avrebbe comportato la perdita del capitale investito per l’avvio della stessa. Fortunatamente qualcuno intravvide il modo per vincere le difficoltà: rimboccatisi le maniche, gli azionisti decisero di «intensificare la produzione, acquistando nuove piazze e vendendo in concorrenza».
La questione contabile fu affrontata molto seriamente e, proprio in quel tragico 1929, i soci affidarono a Oreste Carta (cl. 1899), figlio di Isnardo, l’incarico di riordinare tutte le scritture dei cinque esercizi precedenti (1925-1929). La complessa operazione fu iniziata e portata avanti con impegno, tanto che già nella relazione al bilancio del medesimo anno 1929, Oreste Carta relaziona sul lavoro svolto confermando l’impressione iniziale, cioè che ci furono «mancanze e superficialità nella tenuta dei registri contabili, con conseguenti dubbi sul risultato degli esercizi precedenti». Ne conseguirono importanti decisioni atte  ad avviare una più salda e controllata gestione dell’azienda: altri sforzi, quindi, e non solo economici, tra cui il riordino degli incarichi dei singoli soci e una maggiore presa di coscienza del proprio ruolo, che  portarono in breve a un’inversione di tendenza. Infatti, nella relazione contabile dell’anno seguente (1930) si legge: «… Il bilancio si chiude con un utile, grazie alla ristrutturazione della gestione aziendale» (link al documento originale).

A conclusione di questo difficile periodo, si rese necessario impostare in modo più chiaro e organizzato il lavoro e i singoli incarichi dei soci azionisti, che lavoravano tutti in azienda. Ulteriori importanti  decisioni furono addirittura ratificate da un legale, l’Avvocato Beltrame-Tomè, in data 4 gennaio 1931:

  • assegnazione di un compenso a Oreste Carta (Lire 8.000,00) per la revisione della contabilità e formazione dei bilanci nei cinque anni dal 1925 al 1929 e per la direzione amministrativa e sistemazione dell’azienda;
  • conferma al medesimo dell’incarico a proseguire nello stesso compito di direzione e gestione amministrativa;
  • assunzione di Pietro Vaccari (cl. 1906), figlio di Girolamo, per sorveglianza tecnica e amministrativa (Pietro Vaccari, laureatosi poi in Ingegneria chimica, diventerà il tecnico e responsabile commerciale dell’azienda, mentre Sante Boschieri ebbe l’incarico di seguire la produzione);
  • chiarimenti sull’attività dei soci, “specialmente per quanto riflette le condizioni del contratto col socio Strapparava che sono venute a mancare (N.d.r.: questo nuovo socio, Strapparava, compare nell’elenco degli azionisti nel riassunto di fine esercizio 1928 ma poi, dal 1930, non compare più: purtroppo non ci sono altre notizie su costui né sui motivi per cui divenne socio per un così breve periodo) e l’azienda dei Sigg. Vaccari per la “Ceramica Artistica” ed altre consimili attività che dovranno essere trasportate altrove, in modo che le singole attività siano ben definite nelle spese, nella gestione e nelle responsabilità”.

Alla fine del 1931, nella consueta relazione di fine anno, si riscontra nuovamente la conferma che l’azienda era stata risanata, al punto che fu deciso l’acquisto di nuovi macchinari per il miglioramento della produzione e la necessità di definire un maggior controllo sui clienti insolventi (anche allora!).
Sono di quel periodo un paio di lettere inviate all’Ufficio Imposte di Ricchezza Mobile con le quali l’azienda rispose dettagliatamente a richieste di chiarimenti su reddito e produzione, evidenziando i notevoli sforzi fatti per uscire dalla crisi, e dalle quali si ricavano le seguenti tabelle con interessanti dati di crescita.

Tabella operai

Nel 1935 la produzione annua di piastrelle arrivò a 1.200.000 pezzi e troviamo anche indicazioni sulle percentuali di resa della produzione, con una nota tecnica specifica sul grado di cottura (che era fatta a 1250°C cono Seger): il 25% di piastrelle era di prima scelta, il 35% di seconda scelta, un 25% di terza e quarta, il resto scarto. La notevole percentuale di scarto era dovuta principalmente al fumo che riusciva a penetrare all’interno di alcune caselle e alla non uniformità della cottura, dovuta al tipo di forno allora in uso.

Tabella prezzi

Altri dettagli sul buon andamento dell’attività emergono dalle relazioni sui bilanci, nelle quali si leggono anche alcune delibere per innovazioni e varie necessità: «abbattimento della pioppa sul viale, costruzione di una nuova sala per l’impasto refrattario, costruzione di nuovi spogliatoi e conseguente aumento della superficie per i forni, trasporto della verniciatura al posto dei vecchi spogliatoi, costruzione di un altro cesso, necessità di una maggiore disciplina del personale, divieto di accesso a persone estranee, necessità di sostituzione energia elettrica, … ».
Tabella fatturato

Infine fu anche deliberata l’assegnazione di un premio economico a dirigenti e impiegati, approvato l’acquisto di un nuovo forno e la sistemazione delle vasche per aumentare la produzione.
Con l’avvio del 1934 avvenne il passaggio delle quote sociali, da Isnardo Carta al figlio Oreste e da Girolamo Vaccari al figlio Pietro.

Sul finire degli anni Trenta l’azienda, cogliendo l’opportunità offerta dal Governo italiano, decise di aprire una filiale in Africa Orientale Italiana, sull’onda della politica espansionistica di quel periodo.
Il progetto prevedeva la costruzione di una vera e propria filiale, in Addis Abeba (Etiopia), con lo scopo di commercializzare le piastrelle prodotte a Vicenza e iniziare una nuova produzione locale di manufatti e mattonelle in cemento.
L’azienda decise di affidare questa attività a Sante Andrea Boschieri, coadiuvato dai figli Giovanni (cl. 1912) ed Alessandro (cl. 1916).
La domanda ufficiale rivolta al Ministero dell’Africa Orientale Italiana è datata giugno 1937 e la risposta con l’autorizzazione, da parte della Confederazione Fascista degli Industriali, arrivò nel settembre dello stesso anno (link al documento originale).
Innanzitutto si rese necessario un sopralluogo 1938 busta da Addis Abebaper le opportune verifiche: fu così che nei primi mesi del 1938 Giovanni Boschieri e tale Anselmo Fratucello, di Saletto di Montagnana (impresario e Capo Settore del Fascio di S. Margherita d’Adige), ottenuto il nulla osta dal Ministero, andarono ad Addis Abeba.
Dopo alcuni mesi il Fratucello prese altra strada e fu sostituito, nel suo incarico di collaborazione, da tale Luna Giuseppe, di Evaristo, nato ad Ancona, anch’esso costruttore edile (quindi, probabilmente, era l’impresario incaricato di costruire la sede aziendale), al quale fu anche intestata la “licenza di vendita” per conto della casa madre. Emersero alcune incertezze, di cui si ha riscontro in alcuni scambi di corrispondenza tra le sede vicentina e Giovanni Boschieri (che, nel frattempo, aveva fissato dimora in Via Bengasi, vicino Bazarach). Nell’ultima lettera in nostre mani, con data del 10 settembre 1938, l’azienda scrive a Giovanni Boschieri: «… in un primo momento si aveva l’intenzione di dare vita a un’industria, ma da qualche tempo questa possibilità è venuta meno.= Ora ci troviamo con un permesso di svolgere attività industriale, mentre invece basterebbe quella commerciale o meglio ancora artigiana. Per noi basterebbe avere ad Addis Abeba un artigiano che tenesse un deposito del nostro materiale e ne curasse la posa. Oppure un rappresentante che procurasse le vendite. (… …) Se non vale la pena di mantenere l’attività industriale, questa a parer nostro sarebbe la miglior soluzione…». Vi sono anche accenni a quaranta quintali di merce pronta per la spedizione, probabilmente una prima fornitura di piastrelle, necessarie per la nuova costruzione o per rivendita.
Nel febbraio del 1939 Sante Andrea Boschieri raggiunse il figlio Giovanni in Addis Abeba, portando con sé l’altro figlio, Alessandro, con alcuni operai e anche dei macchinari per la produzione. Gli operai provenivano dall’altra azienda di proprietà di Isnardo Carta, che produceva manufatti in cemento e mattonelle, e furono assunti presso l’Industria Ceramica Vicentina proprio per la loro specifica esperienza in quella che sarebbe stata la nuova produzione in Africa: tra loro si ricordano i nomi di Tranquilllo Valdemarca, Modesto Cisco, Mario Spagnolo.
E’ curioso ricordare che il viaggio di trasferimento di queste cinque persone fu effettuato a bordo di una vecchia Fiat 514, trasformata in camioncino, con la quale si imbarcarono per raggiungere il porto di Gibuti, da dove proseguirono per Addis Abeba.
Durante il resto dell’anno 1939 – probabilmente, perché non esiste documentazione scritta relativa al trasferimento – vi fu la costruzione della sede aziendale, con i  connessi preparativi per l’avvio della produzione. Ma è solo in data 1 gennaio 1940 che ritroviamo notizie scritte sulla vicenda, con la decisione ufficiale di avvio dell’attività (link a documento).

Nostre ricerche presso l’Archivio di Stato, l’archivio storico di Confindustria e della Camera di Commercio, l’archivio del Ministero degli Esteri (dove è conservato l’archivio storico dell’ex Ministero per l’Africa Orientale Italiana), non hanno portato alla luce alcun documento a testimonianza di un effettivo avvio dell’attività produttiva e commerciale. Tuttavia alcuni discendenti dei soci di allora ricordano di aver avuto notizie su una positiva partenza di essa, interrotta pochi mesi dopo a causa dell’invasione britannica dell’Abissinia; invasione che comportò l’arruolamento nell’esercito italiano di tutto il personale abile alle armi, tra cui i fratelli Boschieri e gli operai là presenti in quel periodo. Così tutto fu perduto e solamente vent’anni dopo l’azienda riuscì ad ottenere un (esiguo) “rimborso di guerra”.

Intanto, durante la guerra, l’attività industriale a Vicenza era stata fortemente rallentata, per non dire bloccata, a causa della mancanza di tutto il personale maschile, reclutato nell’esercito.
I Boschieri, dopo varie vicissitudini, tornarono in patria e rientrarono in azienda alla fine del 1947 dove iniziarono a seguire la produzione delle stoviglie – ancora situata nel reparto originario del capannone principale, vicino ai forni di cottura – formando le loro conoscenze di disegno e storia dell’arte con la frequentazione dei i corsi serali della Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza.

Dopoguerra e ripresa

Terminato il conflitto, in un paese devastato dalla guerra e dalle lotte civili, i mezzi erano pochi e le difficoltà per la ripresa sembravano insormontabili: l’azienda, consapevole della necessità di dover ammodernare i vecchi impianti per adeguarsi alle necessità del mercato oramai “in forte concorrenza”, riprese l’attività dedicando particolare attenzione alla necessità di diminuire gli alti costi di produzione (manuale) delle piastrelle, che rischiavano di farla andare fuori mercato.
Confindustria VI
Nel settembre del 1945 Oreste Carta e Pietro Vaccari sono tra i cinquanta soci promotori che firmano, davanti al Notaio Mario Velo di Vicenza, la costituzione della Associazione Industriali della Provincia di Vicenza, l’associazione di categoria che ha accompagnato lo sviluppo di una delle province più produttive e rappresentative del Nordest e di tutto il Paese.
Negli anni successivi (primi anni Cinquanta), grazie ai contatti dei rappresentanti che vendevano i prodotti aziendali nelle varie zone d’Italia, iniziò anche una commercializzazione di piastrelle prodotte da altre fabbriche (di Sassuolo, Imola, Vietri, ecc.) e così si poté allargare l’offerta relativa alla vendita e alla posa delle piastrelle: fin dagli anni Trenta, infatti, operavano in azienda anche dei bravi posatori, per cui la fornitura era completata anche della posa di pavimenti e rivestimenti.

Contemporaneamente si decise di iniziare anche una nuova produzione di piatti per la tavola, decorati a mano: il primo prodotto di successo fu la serie di piatti “Isolabella”, decorati con piccole roselline su fondo bianco, soprannominate “rose Standa” perché fornite soprattutto al noto magazzino (link a “Inventario 1948” con nomi di clienti) .

Decoro 1530 "Roselline".

Decoro 1530 “Roselline”.


Per questa nuova produzione venne messo a punto un impasto di terraglia tenera, prodotto internamente sia per la fabbricazione delle stoviglie che, di lì a breve, anche per la rivendita ad altre fabbriche di ceramica artistica: questo nuovo prodotto cuoceva ad una temperatura relativamente bassa (950°C) e quindi aveva il vantaggio di far risparmiare sul costo della cottura e di essere adattabile facilmente a tante lavorazioni ceramiche specifiche, apportando piccole modifiche nei componenti per soddisfare le esigenze dei clienti. Inizialmente il suo colore finale (dopo cottura) era bianco-avorio, ma poi venne modificato fino ad ottenere un bianco vero. Tra le materie prime che lo componevano vi era anche il caolino di Schio, estratto nelle cave della ditta Caolino Panciera.

  • La collaborazione con la ditta Caolino Panciera e la “terra bianca della Vicentina”
    All’inizio della produzione dell’impasto di terraglia dolce, l’azienda definì un accordo commerciale con la Caolino Panciera di Schio: accordo che prevedeva la cessione del caolino in conto lavorazione, da parte della Panciera, che l’Industria Ceramica Vicentina utilizzava in parte per produrre un impasto di terraglia bianca; impasto che la Panciera vendeva in esclusiva in Toscana, zona in cui il prodotto era molto apprezzato e che venne soprannominato “Terra di Vicenza”. La collaborazione commerciale proseguì per molto tempo e si concluse nei primi anni Sessanta a causa della forte concorrenza di prodotti locali, sorta nel frattempo.

Il caolino del Tretto (a cura di Piero Carta, tratto da I materiali argillosi nelle materie prime ceramiche, Faenza Editrice, 1977).
Le cave esistevano da centinaia di anni e il materiale che veniva estratto fu per moltissimi anni la base nella preparazione della terraglia bianca della nostra zona (Vicenza, Nove, Bassano) ma non solo, comunemente detta ceramica. Inizialmente questa Caolinite veniva lavorata direttamente dagli artigiani ceramisti mentre, in un secondo tempo, sorsero fabbriche specializzate per la produzione degli impasti ceramici per conto terzi, che venivano poi rivenduti ai ceramisti.
L’impasto prodotto con il Caolino di Schio era conosciuto con il nome di “Terra di Vicenza”. L’estrazione nelle cave del Tretto era molto laboriosa e costosa. Infatti la Caolinite utilizzabile era in filoni di moderate dimensioni e quindi era necessario scavare in galleria, trasportare il materiale all’esterno, lavarlo, lasciarlo decantare nelle apposite vasche e infine seccarlo per l’utilizzo finale. Circa nel 1960, a causa della concorrenza di materiali simili estratti in cave molto più grandi e con metodi più moderni (quindi con costi inferiori), le cave del Tretto furono abbandonate.
«… Una tra le più fiorenti cave di argilla caolinica della Provincia di Vicenza, chiamata Caolino del Tretto, risulta attualmente essere in stato di quasi totale abbandono. Se n’è voluto riportare egualmente notizia per l’importanza storica e economica del giacimento che è noto da centinaia di anni e che tuttora (anni Settanta – n.d.r.), se razionalmente sfruttato, potrebbe fornire materiali argillosi di un certo interesse. Lungo la linea tettonica di disturbo della faglia di Schio, affiorano porfiriti micaceo-anfibolico-quarzifere triassiche, che per alterazione pneumatolitico-idrotermale hanno dato origine a numerosi allineamenti di lenti argilloso-caoliniche, chiamati Terra di Vicenza o Caolino di Vicenza. Le località di affioramento si snodano da Santa Caterina a San Ulderico, a San Rocco, a Nogare, ai Pozzani. Nel 1936 erano in esercizio una trentina di cantieri e la coltivazione avveniva essenzialmente in galleria, a pieno strato. Il naturale rigonfiamento del materiale colmava le gallerie che potevano essere nuovamente coltivate. Una grande cava, fornita di un adeguato impianto di trattamento, era stata aperta in tempi recenti in località Pozzani, ma attualmente (1975) risulta attiva solo una modesta coltivazione in galleria a Santa Caterina.
Il materiale cavato in località Pozzani appariva per lo più verde oliva, velato da chiazze rosate e considerevolmente impuro. Si presenta sotto forma di lenti o sacche, più o meno allineate secondo un piano di faglia, aventi direzione N 52° W e un andamento quasi verticale con leggera immersione verso SW che mette a contatto sedimenti dell’Anisico superiore (calcari nerastri, arancione e marne rossastre) e del Ladinico inferiore (calcari dolomitici, superiormente eteropici con arenarie e tufi) da una parte e porfiriti dall’altra. Per migliorarne la qualità lo si lasciava stagionare in opportune aree, favorendone lo sgretolamento, con una resa del 30-60% di argilla bianca commerciale. Il prodotto finale conteneva, tuttavia, una certa quantità di quarzo finissimo, praticamente ineliminabile nel lavaggio con acqua, e minime percentuali di feldspato, ossido ferrico, pirite, ilmenite. II costituente argilloso fondamentale è rappresentato da strati misti illite-montmorillonite con presenza di strati a struttura illitica sul complesso degli strati misti (Bócchi e Morandi). In quantità nettamente subordinata è la caolinite. Le impurità sono rappresentare, oltre che da quarzo, da calcite, muscovite, e, talora, da piccole quantità di carbonaro di ferro.
Per quel che concerne l’origine, il materiale argilloso plastico si ritiene risalito lungo una linea tettonica dovuta alla faglia, con fenomeno di strizzamento. Infatti non è possibile vedere un passaggio graduale fra porfido e porfiriti ad argilla.
Inoltre si è ventilata l’ipotesi che l’argilla si sia formata in seguito all’azione di evoluzioni idrotermali tardive, da collegare probabilmente a vulcanesimo paleocenico, manifestatesi nella regione (Kaddalena), esplicatesi in profondità principalmente sulle porfiriti feldspatiche e, in minor misura, sulle porfiriti plagioclasico-pirosseniche del piano di Wengen. Il processo di caolinizzazione comincia infatti dai feldspati e, poco a poco, interessa tutta la massa, mentre la biotite e l’antibolo si trasformano in minerali cloritici. La bassa resa alla levigazione, le infelici caratteristiche del giacimento in rapporto ad una coltivazione a ciclo aperto e la difficoltà di ottenere un prodotto di qualità costante, sono da considerare gli inconvenienti che maggiormente hanno influito sulla cessazione dell’attività».
Altri dettagli sull’attività della Caolino Panciera a questo link C’era una volta il caolino, di Luigi Scorzon (che ringraziamo per la collaborazione).

I decori famosi

Intanto stava crescendo velocemente la domanda di nuovi impasti ceramici, che in zona avevano poca concorrenza, per cui furono perfezionati quelli già in produzione e ne vennero aggiunti di nuovi (vedere capitolo seguente).
In quegli anni entrarono in azienda due figli di Oreste Carta: nel 1947 Giovanni (cl. 1926) che si occuperà del reparto produzione impasti e della gestione del personale, e nel 1951 Pietro (cl. 1933), che seguirà la costruzione del nuovo fabbricato e in seguito l’amministrazione e il coordinamento generale.
La nascente produzione di stoviglie, che al suo esordio era solo un reparto sperimentale per testare e affinare gli impasti prodotti in azienda, si sviluppò velocemente incontrando il favore della clientela mentre la produzione di piastrelle, ormai non più concorrenziale, venne via via abbandonata.
La proprietà decise di costruire un nuovo fabbricato per spostare il reparto stoviglie in ambienti più adatti e liberare spazio per la produzione industriale: la nuova costruzione prese il via nel 1951 e fu ultimata nel 1953, diventando subito operativa e determinando, di fatto, una distinta identificazione dei due reparti aziendali.
Ecco, quindi, che alla configurazione solo industriale dei primi vent’anni di vita, si aggiunse la nuova sezione artistica, nata senza alcuna aspirazione di alto artigianato bensì con l’intenzione di proporre una produzione per l’uso domestico di tutti i giorni, ma pur sempre elegante e raffinata.

ICV 1950: timbri per stoviglie.

ICV 1950: timbri per stoviglie.

Come logo aziendale da apporre sui pezzi decorati fu scelta la salamandra, l’animale che vive tra terra e acqua e, come vuole la leggenda, cammina indenne sul fuoco: terra, acqua e fuoco sono i tre elementi base della ceramica.
La nuova produzione si affermò grazie anche alla collaborazione di note figure artistiche del periodo, tra cui ricordiamo i nomi di Mina Anselmi, Otello De Maria, Arturo Malossi, Giovanni Bizzotto, Regina Barbieri… e forse altri.
Artisti che inizialmente operavano in modo indipendente, utilizzando i supporti in “biscotto” dell’Industria Ceramica Vicentina (piatti, piastrelle, vassoi, eccetera) e il servizio di cottura, per decorazioni personali, realizzate in azienda ma commissionate direttamente da propri clienti. Mentre in seguito la collaborazione divenne più stretta e regolare, in particolare con due di loro: Otello De Maria, fin dalla metà degli anni Quaranta, e Regina Barbieri dalla metà degli anni Cinquanta.
La stretta collaborazione con queste due importanti figure divenne anche consulenza attiva nella ricerca e nella creazione di nuovi decori e di nuove forme. Soprattutto De Maria riuscì a trasferire ai decoratori aziendali un modo innovativo di operare, aiutandoli a far crescere la loro esperienza nel riprodurre in serie quei decori: nacquero così i grandi fiori stilizzati (i fioroni De Maria) e successivamente i decori astratti della Barbieri, con le grandi fasce circolari e i colori fantasiosi dipinti su piatti da tavola o da appendere, zuppiere e insalatiere, vasi e barattoli, piastrelle decorative e tavolini.
Furono tra le prime, per non dire le prime, decorazioni di fantasia su piatti d’uso giornaliero nella storia della ceramica. Con la loro caratteristica varietà di forme e di colori contribuirono in modo importante al successo del prodotto aziendale che si diffuse in tutta Italia, in Europa ma anche oltre.
Oltre al decorato, vi era anche una notevole richiesta di piatti e accessori in biscotto o verniciati in bianco, che molti clienti utilizzavano per loro successiva decorazione o per rivendita.
La forza lavoro in quegli anni aumentò velocemente fino a superare le ottanta persone (vedere elenco nell’ultimo capitolo).

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La collaborazione con Otello De Maria
Negli anni tra il 1940 e il 1945 il pittore Otello De Maria (1909-2005) collaborò con l’Industria Ceramica Vicentina iniziando a decorare piastrelle, piatti e svariati oggetti da appendere con soggetti come ville e monumenti veneti, città e piazze del vicentino e altri ispirati ai pittori del Settecento, come le vedute di Venezia e della Laguna veneta. Si aggiunsero poi le decorazioni figurative dell’Ottocento e quelle floreali: in particolare le famose rose De Maria decorate su dischi di ceramica del diametro di 50 cm, come ripiani per tavolini, e anche su piastrelle per rivestimento per ornare cucine e bagni, locali che in quegli anni iniziavano ad essere considerati come abbellimento della casa.

Otello De Maria: Ville e costruzioni storiche venete, su servizi piatti in ceramica.

Otello De Maria: Ville e costruzioni storiche venete, su servizi piatti in ceramica.

Sono di questo periodo le sue decorazioni in blu cobalto su piatti, insalatiere e grandi ovali realizzati con un impasto di terraglia avorio, raffiguranti ville e monumenti famosi del Veneto: erano servizi completi per dodici posti dove il soggetto si ripeteva sul piatto piano, sul fondo e sul piattino da frutta, mentre sulle insalatiere e sui pezzi più grandi erano decorate le ville più importanti.
In seguito De Maria fondò la Ceramiche Palladio, assieme a Gigi Tomasi (attore teatrale), ma nei primi anni Cinquanta tornò a collaborare con l’Industria Ceramica Vicentina e nel 1953 ideò e decorò l’ufficio di Pietro Vaccari, presso la sede dell’azienda: un pavimento di circa nove metri quadrati formato da piastrelle 15×15 cm smaltate a gran fuoco, raffiguranti la Basilica Palladiana e altri monumenti di Vicenza, con uno stile in chiave futuristica. Completava l’arredo un caminetto decorativo con piastrelle 13×13 cm con smalto dorato sul fondo e una serie di piatti e ciotole, con vari soggetti, incastonati nella cappa a fondo bianco. Alle spalle della scrivania vi era un grande pannello in legno con affisse quattro piastre 30×20 cm raffiguranti le Quattro Stagioni, oltre a tre bellissimi piatti con soggetti il Sole, il Cavallo, il Viso di donna esotica (link alle immagini). Infine un pannello composto da dodici piastrelle 15×15 cm raffigurava il logo aziendale, la salamandra, con il leone di San Marco e il Vangelo sullo sfondo (vedi home page).
A Vicenza, nel 2002, venne organizzata una mostra presso il Salone degli Zavatteri della Basilica Palladiana: Otello De Maria, un maestro della pittura del ‘900, opere dal 1924 al 1994: ultimo omaggio della sua Vicenza, prima della scomparsa avvenuta nel 2005.

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La collaborazione con Ina Barbieri
Nata a Vicenza nel 1905, Regina (Ina) Barbieri compì gli studi magistrali e insegnò nelle scuole elementari di Sant’Agostino e di San Lazzaro. Nel 1930 si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove si diplomò col massimo dei voti. Ebbe come maestro Carlo Potente. In seguito, su incoraggiamento di Ubaldo Oppi, suo estimatore, espose i suoi oli su tela a due Biennali tra il 1932 e il 1940. Fu presente in molte mostre personali e collettive, nazionali e all’estero.
Dotata di un suo carisma, di carattere vivace e fiero, amante soprattutto dell’arte nel progredire delle sue espressioni, frequentò i circoli artistico culturali vicentini, fra i quali la “Cooperativa di solidarietà sociale” dell’Ateneo Zanelliano e, tra il 1935 e il 1945, gli espressionisti della linea veneta. Nel 1950 tenne una prima mostra antologica.

Ina Barbieri: grande pannello in semi-refrattario "Pescatore".

Ina Barbieri: grande pannello in semi-refrattario “Pescatore”.

Verso il 1955, come designer, si dedicò ai lavori in ceramica, e nel laboratorio dell’Industria Ceramica Vicentina, eseguì opere di vario genere: candelieri, piatti e medaglioni decorati con motivi spesso di carattere futurista o con il suo tipico inconfondibile Papavero, anche con il fiordaliso e i ranuncoli, suoi elementi ricorrenti. Ai decoratori aziendali insegnò anche a realizzare alcuni dei suoi decori “a smalto”, dai toni brillanti e dai forti contrasti (decori prodotti e apprezzati fino agli anni recenti, grazie anche all’interpretazione di altre decoratrici che le sono succedute). (link alle immagini).
Recatasi in Spagna nel 1960, fu attratta dalla suggestione del paesaggio spagnolo che ritrasse nella reale crudezza. Nuovamente attiva nella ceramica, passò alle formelle di carattere religioso, ai crocifissi e infine alle composizioni policrome, ai grandissimi pannelli di arte sacra nonché alle splendide, vivissime vetrate per parecchie chiese del Vicentino. link a documento Parrocchia Pievebelvicino
Verso il 1971, la sua tensione espressiva andò attenuandosi; allora predilesse i verdi, gli azzurri, i rosa, sempre smaglianti ma delicati. Nel 1982, nella chiesa di San Giacomo, ci fu una sua mostra antologica di pittura, a cura di Salvatore Maugeri. Nel 1984, a Palazzo Valmarana Braga, per la “sua” F.I.D.A.P.A., espose per l’ultima volta le sue produzioni in ceramica. Di fronte a qualche perplessità interpretativa, vagamente ironica, ella usciva con una sua tipica battuta «No’ i capisse gnente». Aggredita da un male incurabile, si spense nell’agosto del 1988 (profilo tratto dall’opuscolo Ina Barbieri, ediz. 1999 a cura di F.I.D.A.P.A. Vicenza).

Gli impasti speciali

Negli anni Cinquanta il mercato americano (ma non solo) importava enormi quantità di ceramica made-in-Italy (di produzione molto “commerciale”) e le piccole fabbriche artigianali nascevano come funghi. Di conseguenza sorsero anche nuovi produttori di impasti ceramici e quelli esistenti aumentarono la produzione, abbassando progressivamente i prezzi di vendita: agguerrita concorrenza!.

L’Industria Ceramica Vicentina decise di seguire una strada diversa, diversificando la produzione e specializzandosi in prodotti di nicchia: si studiarono e testarono nuove formule (link a lettera Ravazzi per prove stampaggio stoviglie), per allargare la gamma degli impasti ceramici speciali ai quali verrà sempre dedicata molta cura, sia nello studio che nella realizzazione, assicurando quindi ai clienti una garantita costanza di qualità, grazie anche ai sistematici controlli effettuati nel laboratorio interno, a suo tempo creato per lo scopo. Eccone i principali, suddivisi per tipologia.

Terraglia bianca: partendo dalla formula del primo impasto prodotto all’inizio dell’attività, e apportando alcune varianti tecniche in base alle diverse richieste dei clienti, vennero creati nuovi prodotti con grado di cottura tra i 900°C e i 1000°C, tra cui ricordiamo l’impasto “M” fornito alla nota fabbrica di stoviglieria Manciolli di Montelupo Fiorentino e l’impasto “Monocottura” fornito alla Ceramica Nova (poi Ceramica Lurano) di Casalbuttano che produceva mosaici da rivestimento.

Gres a bassa temperatura: il gres a bassa temperatura (1050°C) era un impasto molto adatto a prodotti di stoviglieria (che diventavano più resistenti alle sbeccature e alla lavastoviglie) ma che veniva utilizzato, pur con qualche adattamento, anche per la produzione di lavabi e accessori per il bagno, pezzi speciali per scale e pavimenti (gradini, angoli, battiscopa, ecc.) che la grande produzione industrializzata non riusciva a produrre in serie. Fu questo un prodotto molto di nicchia, apprezzato e quasi senza concorrenza.

Porcellana artistica, bianca e azzurratal’esperienza con gli impasti ad alta temperatura (1200-1250°C) iniziò con un grès scuro, creato appositamente per la ditta Polidoro di Schio con cui venivano prodotti gli ugelli per le lampade a carburo. In seguito venne messo a punto, con le necessarie modifiche tecniche, l’impasto “P” (porcellana tenera), più bianco e quindi adatto alla produzione di vasi e statuette di arte funeraria ma anche di pirofile e piatti da forno. Poi fu ancora modificato e raffinato per la produzione di porcellane artistiche tra cui, in particolare, quelle della famosa tradizione napoletana in stile Capodimonte (impasto che faceva degna concorrenza ai ben più noti prodotti francesi di Limoges). E proprio la zona di Napoli è stata per decenni una parte molto importante del mercato aziendale, grazie soprattutto alla capillare presenza e professionalità dei rappresentanti di zona, il Dr. Silvestri e poi il Sig. Pietrapertosa, che si sono succeduti a partire dagli anni Sessanta.

Semi-refrattario artistico: fin  dall’inizio della sua attività l’azienda produceva un impasto refrattario per fare i mattoni e le caselle per la cottura delle piastrelle. Con successive modifiche, soprattutto eliminando alcune materie prime poco raffinate, questo impasto divenne adatto alla produzione di pannelli artistici, anche di grandi dimensioni, di piastre per il rivestimento di stufe tipo tirolese, di grandi vasi da esterno, tipici della tradizione toscana, e di oggetti, creati manualmente o al tornio, che avevano la necessità di resistere a notevoli sbalzi termici come ad esempio nella cottura con tecnica raku. Questo tipo di impasto ha avuto notevole successo e espansione anche in Grecia.

La crisi degli anni '70

Nel 1961 morì Pietro Vaccari al quale subentrò la figlia Maria Teresa (cl. 1932) il cui marito, Franco Allamprese, collaborò con l’azienda proseguendo alcuni incarichi del suocero in ambito commerciale. Collaborazione che si interruppe improvvisamente dopo pochi anni a causa di un incidente stradale in cui egli perse la vita. Non molto tempo dopo, la famiglia Vaccari chiese di essere liquidata e questa operazione comportò un notevole squilibrio finanziario per l’azienda, proprio negli anni in cui la concorrenza negli impasti ceramici aumentava e sarebbero stati necessari nuovi investimenti, anche per il reparto stoviglie. Infatti i macchinari e il sistema di lavorazione, in essere dal dopoguerra, avevano bisogno di essere ammodernati o sostituiti per rendere la produzione più efficiente e diminuirne i costi. Purtroppo non fu possibile e intanto la concorrenza aumentava avviando nuovi metodi di produzione su linee automatizzate, anche con nuovi impasti specifici per stoviglieria: decori e forme, fino ad allora realizzati con metodi artigianali, iniziarono ad essere imitati e prodotti in grandi quantità e a prezzi decisamente inferiori.

Nel 1966 fu deciso di separare la proprietà immobiliare, che restò in mano alle famiglie dei soci fondatori, dall’attività produttiva (trasformata in Società a Responsabilità Limitata) che proseguì in modo indipendente diventando affittuaria degli immobili originari. Questa fu anche l’occasione per altri approfondimenti sulla gestione aziendale e sui risultati economici di quel difficile periodo: fu messa in evidenza, in particolare, la progressiva perdita economica del reparto stoviglie causata anche dell’alta incidenza del costo della manodopera (70-80%); perdita che fortunatamente veniva coperta dagli utili del reparto impasti, che procedeva molto bene grazie ai positivi risultati raggiunti con la diversificazione dei prodotti.

Alla fine del 1973 la famiglia Boschieri uscì dall’attività e questo fu un ulteriore scossone finanziario per l’azienda che ancora una volta dovette destinare altrove le somme necessarie per gli investimenti produttivi. Ma si tenne duro anche in quella occasione e, per salvare la produzione degli impasti e la stessa vita dell’azienda, fu deciso di separare nettamente la gestione, anche economica, dei due reparti. Dopo alcuni anni non facili di tentativi per riorganizzare il reparto stoviglie, si arrivò alla conclusione di cessarne l’attività: una scelta che ovviamente creò notevoli disagi sia all’azienda che al personale impiegato, ma che si concluse con la cessione del reparto a una società cooperativa autonoma, appositamente costituita tra gli operai. Cooperativa che si organizzò autonomamente e proseguì l’attività per alcuni anni.

La gestione dell’Industria Ceramica Vicentina, così ridimensionata, divenne più controllabile pur non essendo ancora risolto il problema dell’ammodernamento degli impianti, ormai vetusti e collocati in immobili vecchi e troppo frazionati. Contemporaneamente si stava avvicinando un periodo di notevole crisi del mercato della ceramica, dovuta principalmente ad un repentino calo di domanda del mercato americano: molte delle fabbriche artigianali nate nel periodo del boom economico si trovarono quasi improvvisamente senza lavoro e ne iniziò una triste e inesorabile moria, con il conseguente calo di consumi anche degli impasti ceramici.

Nuova Ceramica Vicenza

1987, NCV logoNel 1985, per non disperdere completamente la storica produzione artistica e per dare la possibilità ad alcuni soci della ex-cooperativa (che aveva cessato l’attività da poco) di proseguire con un’occupazione, venne fondata una nuova società nominata “Nuova Ceramica Vicenza”, di cui furono parte inizialmente sette soci della precedente cooperativa e due nuovi soci, Alessandro Carta (cl. 1967, figlio di Giovanni) e Andrea Carta (cl. 1962, figlio di Pietro), entrambi già occupati presso l’Industria Ceramica Vicentina, uno nell’ambito produttivo e l’altro in quello commerciale.

La produzione di questa nuova realtà si affermò sulla scia del famoso decoro Papavero della Barbieri, a cui furono affiancati altri decori di successo, in parte riprendendo soggetti del fortunato periodo degli anni Cinquanta e Sessanta.

L’attività di questa nuova piccola azienda proseguì per quattordici anni, fino a quando fu possibile mantenere un discreto risultato economico: purtroppo le manifatture artigianali stavano lentamente consumandosi a fronte dei nuovi stili di vita della società e il conseguente abbandono dei prodotti considerati non di “prima necessità”.

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Decoro “Crocus”

Decoro “Margherita”

Decoro “Pansee”

Decoro “Girasole”

Il famoso decoro “Papavero”

Centro Hobby Ceramica

Logo Centro Hobby Ceramica

Negli ultimi anni di attività della Nuova Ceramica Vicenza si erano sviluppati alcuni servizi rivolti a clienti privati (artisti, insegnanti scolastici, appassionati): la cottura di oggetti di loro creazione, una certa necessità di consulenza per chi voleva fare ceramica in casa, la conseguente richiesta di colori e attrezzi per la sua lavorazione. Inoltre c’era l’intenzione di tentare di mantenere la piccola produzione di ceramica artistica con i famosi decori nati molti anni prima.

Per cui prese vita il progetto di una “nuova” attività (già in parte sperimentata negli anni Settanta, come spaccio aziendale), che si materializzò nell’estate del 2011 con l’apertura del Centro Hobby Ceramica, ramo aziendale dell’Industria Ceramica Vicentina: un punto vendita al pubblico, abbinato al laboratorio di ceramica artistica, dove si potevano trovare attrezzi, colori, piccoli macchinari, forni, piccole confezioni di impasti ceramici ma anche il servizio di cottura di oggetti creati dai clienti e una serie di corsi per imparare a lavorare e decorare la ceramica. Attività seguita principalmente da alcuni soci della ex Nuova Ceramica Vicenza, appositamente assunti.

L’azienda, così, tornò alla produzione completa, dagli impasti ceramici al prodotto finito, con un’offerta suddivisa nei tre settori: impasti ceramici, ceramica artigianale decorata a mano, punto vendita di prodotti e servizi per l’hobby ceramico.

Di lì a breve, intuendo fin da subito la potenzialità dei nuovi strumenti di comunicazione attraverso la rete internet, fu realizzato anche un sito internet con l’archivio di tutti i prodotti aziendali: nacque così (nel 2004!) il primo e-commerce del settore, che fu molto apprezzato dalla clientela e migliorò l’efficienza e la  diffusione della vendita dei prodotti e dei servizi aziendali.

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Gli ultimi anni

L’adozione della moneta unica europea creò in molti casi un effetto negativo, o comunque di difficoltà nell’adeguamento dei prezzi, per cui soprattutto le produzioni manifatturiere ne subirono gli effetti non potendo adeguare i prezzi di vendita ai notevoli aumenti delle materie prime di provenienza estera.

Cosicché al calo delle vendite si aggiunse anche l’improvviso aumento dei costi e, nonostante l’azienda avesse perseguito una politica di notevoli sforzi, anche economici, nel tentativo di contenere questa situazione, i margini si strinsero sempre più, per cui si resero indispensabili provvedimenti radicali. Emerse la proposta di cercare alleanze per la produzione industriale, pur consapevoli dei rischi e delle difficoltà proprie di operazioni del genere: ma la priorità era far proseguire la produzione, ancora molto apprezzata dalla clientela, senza rischiare di perdere il patrimonio di prodotti e conoscenze tecniche accumulato in tanti anni di attività.

L’azienda elaborò una proposta di “collaborazione produttiva”, la presentò e la approfondì con un’altra azienda del settore, la Ceramica Cecchetto di Nove, che era solo in parte concorrente non producendo, se non marginalmente, gli impasti speciali tipici della Industria Ceramica Vicentina.

La proposta si concretizzò e fu ratificata da uno specifico accordo per cui dalla primavera del 2004 iniziò il trasferimento della produzione degli impasti ceramici: trasferimento che richiese circa quattro anni per arrivare a completamento, durante i quali vi fu una stretta collaborazione tecnica tra le due aziende, per mantenere invariate le caratteristiche e la qualità dei prodotti.

Intanto, le famiglie dei soci fondatori proprietarie degli immobili su si trovava l’attività della Industria Ceramica Vicentina, premevano per liberare l’area produttiva ormai inglobata nella città e metterla in vendita. L’azienda, anche in seguito al completamento del trasferimento della produzione, prese seriamente in considerazione quell’ipotesi, soprattutto perché ormai effettivamente occupava poco meno della metà dell’intera superficie (che comunque non era frazionabile e costava l’intera quota di affitto).

Tutto questo avvenne negli anni tra il 2006 e il 2008, proprio all’inizio della grande crisi che, come sappiamo, ha profondamente mutato la situazione economica internazionale.

Il panorama generale stava cambiando e difficilmente si poteva pensare a nuove operazioni e investimenti: per cui si decise di accompagnare a conclusione la storica attività, cedendo definitivamente la produzioLogo rossone e la commercializzazione degli impasti ceramici alla Ceramica Cecchetto e affidando la rimanente – il laboratorio ceramico, l’organizzazione dei corsi e il commercio dei prodotti e dell’attrezzatura per l’hobby ceramico – ad una nuova azienda, chiamata Ceramica Vicentina (link al sito).

A questa nuova realtà, fondata appositamente per lo scopo da Andrea Carta e Roberto Dal Sasso (esperto ceramista e da molti anni fidato collaboratore della casa madre), sono stati ceduti alcuni macchinari e  attrezzature, il magazzino dei prodotti finiti e – come segno di continuità – il logo aziendale adottato negli anni Novanta dall’azienda originaria.

 

Così, la famiglia Carta, ultima rimasta tra quelle che fondarono l’Industria Ceramica Vicentina, si è trovata nella spiacevolissima circostanza di dover cessare la storica attività, dopo ottantacinque anni di cammino: un’operazione complessa ma soprattutto triste, considerando i tanti e notevoli sforzi compiuti nei decenni precedenti.

Scelta ormai obbligata dalle circostanze e necessaria per evitare peggioramenti, ma studiata e effettuata in modo tale da non disperdere il patrimonio tecnico-produttivo nonchè la particolare esperienza dell’azienda e dei suoi collaboratori (che sono riusciti tutti a trovare un’altra occupazione).
Si è conclusa così, senza debiti nè pesi, la lunga storia di una “industria artigianale” che ha costituito per molti decenni un punto di riferimento non solo a Vicenza ma in tutte le regioni italiane dove è tradizionalmente radicata la manifattura ceramica.

carta-01-copia

Elenco nominativo soci, dipendenti e collaboratori (s.e.e.o.)

Elenco alfabetico dei nomi di soci, dipendenti e collaboratori dell’Industria Ceramica Vicentina, ricavato dai libri matricola rimasti nell’archivio aziendale (purtroppo non tutti, causa eventi bellici, trasferimenti, dispersioni), con anno di nascita e qualifica (dove presente)  –  s. e. & o.  –  per visualizzare il documento cliccare sul seguente link.

Per visualizzare tre immagini del 27 luglio 1955, che ritraggono alcuni soci e dipendenti in visita aziendale presso la ditta Ceramiche Zortea di Bassano del Grappa, cliccare sul seguente link.

 

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